Chissà se se la ricordano quella partita a Brolo....
Può la vita di una persona essere paragonata ad una lunga partita di pallone? E' davvero possibile usare la metafora calcistica per spiegare tutti i "fatti della vita"? Io cerco una chiave, uno spartito entro il quale raccontare semplici fatti della mia misera esistenza e, magari, comunicare qualche pensiero di senso compiuto. Per una spiegazione più esauriente vi rimando al post "Benvenuti!" e mi auguro di trovare lungo il cammino tanti compagni di viaggio. Buona lettura
venerdì 4 ottobre 2013
Brolo
Cosa definisce la misura della tolleranza di un popolo? La capacità di sopportare il giogo dell'invasore? La capacità di mantenere le proprie tradizioni nonostante la dura oppressione? Il numero dei màrtiri? Niente di tutto questo. Ciò che davvero ci da la misura della capacità di sopportazione di un popolo è la comprensione che dimostra nei confronti dei liceali in gita di piacere. Per questo, secondo me, la popolazione di Brolo, anonimo paesino della costa nord della Sicilia, a metà tra Palermo e Messina, meriterebbe una medaglia al valore per la strenua resistenza alle orde barbariche che la invasero nel lontano 1986. In realtá la Sicilia era una soluzione di ripiego. Quella primavera la scuola dovette annullare la gita in Francia, sconvolta dagli attentati di presunti terroristi. I genitori si opposero a far partire i figli per Parigi e, all'ultimo minuto, cambiammo destinazione. Quindi partimmo alla volta della Sicilia, avendo come base un anonimo albergo sul lungomare di Brolo, praticamente Macondo. La soluzione non era logisticamente felice, ma dovemmo accontentarci. Il risultato inevitabile fu che passammo gran parte del tempo in pullman o albergo, dove tornavamo sempre per cena. Credo sia stato un incubo per il mio amico Enzo, che, contrariamente a quanto aveva sempre fatto, quell'anno decise di partire con il resto della classe. Abituato alle sue comodità e ai suoi ritmi, subì la gita dal primo all'ultimo secondo e maledisse più volte la sua improvvida decisione. Eppure, ci fu un momento in cui anche lui sentì che persino in quelle circostanze la vita poteva essere degna di essere vissuta. Eravamo al quarto o forse quinto giorno di permanenza a Brolo e rischiavamo di prendere la cittadinanza onoraria. Eravamo inquieti e, per un miracolo, sfuggimmo alla sorveglianza dei professori, addentrandoci nel paesino a notte fonda. Saranno state più o meno le due di notte, quando, in una anonima piazza, in mezzo a un nugolo di sedicenni annoiati, comparve misteriosamente un Super Santos. Il mitico pallone da filone a scuola non manca mai nella dotazione del piccolo liceale perfettino, e il suo apparire determina immancabilmente l'inizio di tiratissime partite di strada. Ma era notte, eravamo nel mezzo di un paese sconosciuto ed eravamo perplessi. Cominciammo con qualche timido passaggio, poi il pallone andò a sbattere sulla saracinesca di un negozio con gran fragore e ci fermammo, trattenendo il fiato. Nessuna finestra si aprì, nessuna luce si accese, nessun indigeno si affacciò per il cazziatone di rito. Forse era solo un caso, magari quel giorno gli abitanti erano fuori in vacanza e non potevano sentire. Forse c'era stata una esercitazione della Protezione Civile e il paese era stato evacuato o forse si stavano organizzando per bene e di li a poco sarebbero usciti tutti contemporaneamente dalle case, circondandoci e riempiendoci di mazzate. E invece niente, nemmeno una sacrosanta rimostranza. Incoraggiati, cominciammo a giocare con impegno, a urlare e "chiamare palla" come se ci trovassimo in pieno giorno in una piazza affollata. Annecchiarico, more solito, giocava da professionista, anche in una circostanza come quella, organizzando il gioco, ma da classico bravo ragazzo, faticava un po' a divertirsi: era una situazione troppo fuori dalla norma per lui. La partita durò una mezz'oretta, in un crescendo di urla e strepiti che avrebbe svegliato un morto, in un clima surreale. L'unico che se la godette veramente fino in fondo fu Enzo. Giocò come un indemoniato, cercando di fare più rumore possibile, tirando il pallone con tutta la sua forza sulle saracinesche, urlando a squarciagola. Fu l'unica circostanza in cui diede segno di vita in tutta il viaggio. Fu il suo modo di protestare contro il mondo per avergli imposto quella condizione. Lui non ci voleva venire in gita: si era fatto convincere, ci aveva dato fiducia, ma noi non avevamo saputo coinvolgerlo. Soprattutto io, che ero il suo compagno di banco, dovetti scegliere tra lui e il resto della compagnia e visto che ero in piena tempesta ormonale, la scelta fu obbligata.
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