È una delle frasi sentite sui campi di calcio che che mi ha colpito di più. Non fu soltanto la frase, ma anche il contesto, ovviamente. Mi ricordo che era sera e si giocava su un campetto a sette tra i più umidi di Salerno, quello di Canalone, un nome un programma. Quella sera non ero in campo, ma solo spettatore. Le squadre avevano un completino rispettivamente rosso e blu e io ero seduto sugli spalti insieme ad un pubblico discretamente numeroso. Era la partita di un torneo, con tanto di arbitro, ed era abbastanza "tirata". Ad un certo punto l'arbitro fischiò un fallo a favore dei rossi e alzò il braccio. I blu si fermarono in attesa della ripresa del gioco mentre i rossi batterono a sorpresa verso un loro compagno, solo davanti al portiere, e fu goal. I rossi esultavano, i blu si guardavano tra loro increduli e attoniti. Il capitano dei blu si scosse e comincio a protestare con l'arbitro, una sottomarca UISP, che sembrò da subito irremovibile. Piantato ben saldo sul terreno, a gambe aperte, l'uomo in nero affrontava senza paura il diluvio di improperi che lo investiva. Circondato da tutta la squadra blu come l'Ariete ad El Alamein, combatteva indomito, fermo nelle sue convinzioni. Il goal era valido, i blu si erano comportati da polli, che colpa poteva mai avere lui? Eppure la protesta continuava e lui sembrava godersela tutta, probabilmente pregustando il momento in cui avrebbe raccontato l'episodio al bar con gli amici per fare il figo, o in sezione (o comunque si chiami la sezione degli arbitri UISP) con i colleghi. Lui solo, novello Leonida, fronteggiava i blu come i barbari alle Termopili, al punto che sugli spalti cominciavamo a simpatizzare per quel piccolo calimero, scoglio tra i marosi. Qualcuno, esagerando - c'è sempre uno che esagera - lo proponeva come esempio di forza morale da additare alle giovani generazioni e se la protesta fosse andata avanti ancora a lungo ci sarebbe stato sicuramente qualcuno che lo avrebbe proposto per presidenza del consiglio o che avrebbe dato il suo nome al proprio figlio. Ad un certo punto, però, accadde l'imprevedibile. Il capitano dei blu, un vecchio scarpone per nulla intenzionato a farsi prendere per il naso, si girò verso i suoi e li allontanò, poi tornò dall'arbitro, gli mise la mano sulla spalla e cominciò a ricostruire i fatti, ad alta voce, rivolto verso gli spalti. "Fammi capire - esordì contenendo a stento la rabbia - tu cosa hai fischiato? Un fallo?" L'arbitro annuì con l'espressione di chi non capisce cosa vuoi da lui e così pensammo anche noi sulle tribune, sorpresi dalla piega che stava prendendo la situazione. "E poi? - continuò imperterrito il capitano, a voce lievemente più alta - lo hai alzato il braccio?" L'arbitro spazientito guardò il capitano e rispose sicuro: "si" e tutti noi con lui, solidali senza riserve con quell'uomo ingiustamente sotto processo. In realtà il capitano sapeva bene dove stava andando a parare. Aveva portato l'arbitro, completamente ignaro, sull'orlo del precipizio e ce lo spinse, e noi con lui. "E quando alzi il braccio che cosa significa? - disse a voce altissima, in un crescendo wagneriano -". E l'arbitro, arrabbiato e spazientito:"Significa che la punizione è di seconda e.....cazzo!! - disse l'arbitro - "cazzo!!" pensammo tutti noi sugli spalti. Finalmente avevamo realizzato cosa era successo. L'arbitro aveva fischiato un fallo e aveva alzato il braccio. Quindi la punizione era di seconda e il gioco avrebbe potuto riprendere solo dopo il fischio dell'arbitro. Invece il gioco era ripreso senza il fischio: il goal era irregolare. Nel silenzio imbarazzato dell'arbitro e di noi tutti il capitano chiosò: "E mo sai che dovresti fare? - guardò l'arbitro come il boia con la vittima sul patibolo - dovresti azzeppare il fischietto per terra e andare!!". Poi prese il pallone, lo rimise al centro e intimò: "E mo jucamm!". Aveva avuto soddisfazione e non avrebbe nemmeno insistito per l'annullamento del goal. Uno spettacolo fantastico. Dagli spalti partì un'ovazione. Eravamo tutti - noi popolo bue, vigliacchi voltagabbana - di nuovo dalla parte del capitano e qualcuno, esagerando - perché qualcuno che esagera c'è sempre - urlò che avrebbe dato al proprio figlio il suo nome. La partita continuò, ma, sinceramente, nessuno ricorda il risultato.

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