Per chi è cresciuto a "pane e calcio" negli anni '70 il miraggio è sempre stato indossare un paio di scarpette con i tacchetti. Erano scarpe nere, severe e potevano essere di due tipi: quelle con 15 tacchetti di plastica, per i campi in terra battuta, e quelle con soli sei tacchetti, di metallo, per i campi in erba. Costose entrambe, quelle da sei erano riservate ai professionisti, o a quelli bravini che si esibivano la domenica su campi amatoriali, ma con un certo seguito. La scarpa da calcio non era considerata un accessorio essenziale nel corredo di un ragazzino, in quegli anni, nemmeno il completino da calcio, e spesso occorreva attendere che un cugino ricco, ma anche un vicino di casa, dismettesse le scarpe da pallone del figlio per poterne avere un paio. Tra tutte le scarpette, sicuramente quelle più innovative e in voga a cavallo degli anni '70/'80 erano le Tepa Sport. Nere come le altre, avevano però una caratteristica che le rendeva particolari, una striscia bianca a forma di "V" sul dorso. Antesignana dello "Swoosh" caratteristico della Nike, la scarpetta Tepa Sport era indossata da pochi professionisti della serie A italiana, che cominciavano soltanto ad intuire quali vantaggi potesse dar loro una seria sponsorizzazione. Fa sorridere pensare a quanto ingenui fossero i miei campioni di allora, convinti a posare per il fotografo indossando quelle scarpette in cambio di qualche paia gratis. D'altra parte erano i tempi in cui il Vicenza di Rossi veniva squalificato per aver esibito sulle maglie un minuscolo logo...
Fedele all'andazzo dell'epoca io acquistai le mie prime scarpette da calcio a 14 anni, ad una fiera che si tiene a Salerno ogni anno. Un tempo riservata agli attrezzi agricoli, la fiera del Crocifisso si tiene tutti i venerdì del mese di maggio. Si vendeva di tutto, dal bestiame vivo ai piatti, dalle chicaglierie alle musicassette di contrabbando e anche scarpe. Quell'anno la fiera si teneva in un quartiere popolare di Salerno, Mariconda, cioè vicino casa mia e questo mi consentiva di andare a farmi un giro quando mi pareva. Comprai un paio di cassette, mia mamma dei piatti e poi le vidi. Splendide e sorridenti sulla bancarella mi guardavano come se fossi loro predestinato. Non avevo soldi con me e tornai a casa con quella immagine impressa negli occhi. Tornai varie volte alla bancarella quel giorno e credo che il venditore se ne sia accorto. Non ricordo nemmeno se ci fossero altre scarpette: a me piacevano quelle. Trovai il coraggio di chiedere se avessero il 42 e il venditore mi disse di si. Non ricordo il prezzo, ma era un prezzo da fiera, particolarmente vantaggioso. Tornai per l'ennesima volta a casa e ne parlai con i miei. Li trovai stranamente ben disposti a quell'acquisto, forse perché il prezzo era davvero contenuto o forse perché non sono mai stato un bambino petulante e capriccioso. Chiedevo raramente e nemmeno in modo diretto. Quindi mi accontentarono e mi diedero i soldi necessari. Feci la strada di corsa e comprai le mie Tepa con una certa trepidazione. Mi furono date nella confezione e quando la aprii a casa avevano un meraviglioso odore di cuoio, di nuovo. Le provai e mi andavano perfette. Da allora e per qualche anno furono le mie inseparabili compagne di gioco sui polverosi campetti in terra battuta di Salerno. Tuttavia, l'occasione di indossarle sarebbe venuta più avanti e troppa era la voglia di metterle ai piedi subito. Così, senza sapere che stavo facendo la cosa giusta, cominciai a metterle anche in casa, con la scusa di dare loro la "forma". Sapevo, infatti, che se le avessi messe direttamente sul campo mi sarebbero venute le vesciche ai piedi, proprio in corrispondenza dei tacchetti. Per questo i campioni della serie A le facevano ammorbidire riempiendole di acqua calda. Se solo ci penso oggi mie viene da ridere. Penso a Ronaldo che riempie d'acqua calda le sue scarpe...
Anche mia nonna intervenne nella discussione. Disse che il cuoio andava ammorbidito e curato con la "sugna", il grasso di maiale che le usava per cucinare, e seguii il saggio consiglio.
Quindi per qualche mese, fino al mio "esordio" sul campetto di Torre Angellara, ogni giorno per un paio d'ore indossavo le mie scarpette in casa, con grande scorno di mia madre, poi le riponevo, dopo averle ingrassate a dovere. Il risultato fu che la prima volta che le misi sul campo mi calzavano come un guanto, perfette e non diedero mai problemi di vesciche.
Come tutte le cose belle, tuttavia, anche il mio sodalizio con le Tepa Sport finì. La scarpetta destra, sollecitata da anni di calci eroici, cedette, e la suola si staccò. Feci anche un ingenuo tentativo di ricucirla, ma, appena le indossai, la cucitura si aprì di nuovo. I tacchetti consumati, la suola staccata, le mie Tepa scongiuravano il pensionamento e io, a malincuore, dovetti cedere.
Da allora in poi solo storie senza significato, niente di serio, nulla di paragonabile al mio primo grande amore.
Poi ieri sera un miracolo, un amico mi chiama e mi propone un impegno serio, settimanale, con la sua squadra su campo a 11. Dico di si, ma le mie scarpette sono logore e vanno pensionate. Quindi distrattamente digito "Tepa Sport" su Google e mi appaiono di nuovo loro, nuove fiammanti, in vendita su Ebay ad un prezzo da fiera. Unica misura disponibile il 42: la mia!
Le ho ordinate...

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