La VD del liceo Tasso di Salerno aveva una squadra di calcio fortissima e sperimentata su infidi campetti di periferia. Ci parve logico e conseguente accettare l'invito a partecipare ad un torneo, uno dei tanti improvvisati a cavallo degli anni settanta e ottanta. Il campetto era a via Eugenio Caterina, oggi è un parcheggio privato, mentre la grande rotonda costruita a fianco cerca ancora una collocazione definitiva (prima aiuola, poi fontana, poi di nuovo aiuola, domani vedremo). Il torneo fu anche occasione di ostentazione di mascolinità. Primi soggetti su cui sperimentare: le compagne di classe. Ovviamente gli approcci erano timidi e impacciati e dopo la prima partita le ragazze non comparvero più. Credo abbia influito anche il fatto che, non essendoci spogliatoi e docce, uscire con noi dopo la partita non fosse propriamente un piacere per l'olfatto. Io, poi, ricordo distintamente che nell'occasione non cambiai nemmeno i calzini. Eravamo inesperti allora e il mondo delle ragazze con le sue assurde regole sull'igiene era veramente misterioso. Sia come sia, il torneo procedeva abbastanza bene e dopo le qualificazioni ci trovammo in semifinale. Qui si verificò uno dei primi clamorosi errori arbitrali della storia del calcio, insieme alla finale del mondiale del '66 e al goal di Turone. Giocavamo contro la squadra di casa, rinforzata, per giunta, da un nostro compagno di classe (traditore). Eravamo anche in vantaggio, ma un beffardo autogol ci tarpò le ali. Poi il fattaccio. Un fallo non visto, un rimpallo beffardo e la palla finì in rete di nuovo. 2 a 1 e fine dei giochi. Che possa avere influito anche il fatto che l'arbitro della sfida fosse casualmente anche l'allenatore della nostra avversaria e padrona di casa? Non lo sapremo mai. Ma all'epoca funzionava così: era un calcio rustico, di strada e poteva capitare. Altri si sarebbero depressi, noi no. Incassammo virilmente e ci preparammo alla finale per il terzo e quarto posto. Giocavamo contro la squadra di via Capone, non proprio degli stinchi di santi, ma che in campo si rivelarono abbastanza corretti. Andammo sotto di un goal, ma non ci scomponemmo più di tanto. Era sera, il pubblico assisteva alla partita numeroso, anche perché all'epoca non è che ci fossero tante distrazioni la sera. La VD aveva già una discreta esperienza di campetti malfamati e un buon affiatamento. Quindi ce la giocammo fino in fondo e pareggiammo. Fui io a segnare il goal del pareggio, con un tiro a mezza altezza, al volo. Un bel goal devo dire, che mi procurò le "attenzioni" di un arcigno difensore nei minuti successivi. Il pubblico sembrava contento dello spettacolo e gradì ancora di più quando, di tacco, liberai al tiro il mio amico Luca, il quale colpì la palla di sinistro, che non era il suo piede, e insaccò il 2 a 1. Morale: vincemmo la partita, ma ignoravamo quello che sarebbe successo al fischio finale. La partita era stata corretta, il dopo partita, invece, fu un incubo. Gli avversari cominciarono a seguirci e a minacciarci, il che ci provocò non pochi grattacapi, soprattutto nel tragitto tra il campetto e la fermata dell'autobus. Li per motivi misteriosi, o forse per le sommesse preghiere di noi poveri disgraziati, fummo lasciati in pace. Il giorno dopo portammo la coppa a scuola, orgogliosi di cotanto trofeo, e fummo gratificati dall'insegnante di inglese che si compiacque del fatto che impiegassimo il nostro tempo in sane competizioni sportive, anziché drogarci. Purtroppo, quella coppa fu anche oggetti di strascichi che poco hanno a che vedere con lo sport. Il trofeo avrebbe dovuto far bella mostra di se a turno nelle case di tutti gli atleti vincitori, per l'orgoglio delle famiglie. Invece fu vilmente trafugata per essere esposta nella casa di uno soltanto, sedicente barone, autore dell'autogol che ci aveva precluso l'accesso alla finale e precisamente sul camino della casa di campagna, come scoprimmo amaramente negli anni successivi, dopo che persino l'esistenza della coppa era stata da costui beffardamente negata.
Cose che fanno male al calcio.
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